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Fr. Charles de Foucauld è conosciuto come il “fratello universale” perché, fondato su una profonda amicizia con Dio, ha tentato di vivere in profondità la fraternità con ogni persona, specie i più poveri e lontani.
Nato in una nobile famiglia francese, nel 1858, ebbe una giovinezza irrequieta e avventurosa, segnata dall’indifferenza religiosa. A 28 anni visse una profonda esperienza della misericordia di Dio: si sentì accolto e amato dopo una vita di ozio e di indifferenza.
La conversione cambia completamente la sua vita; scrive in una lettera:“da quando ho conosciuto Dio, ho subito desiderato di vivere solo per Lui”
Impiegherà vari anni per trovare la sua vocazione definitiva, cercando di conformarsi a Gesù, che,“pur essendo Dio, si fece povero per amore nostro”. Meditando il Vangelo si sentì attratto particolarmente dal mistero di Nazareth: i trent’anni che Gesù visse come un povero carpentiere, mischiato alla massa delle persone semplici, con una vita fatta di preghiera, umile lavoro e amicizia. Si sente chiamato a vivere “come Gesù a Nazareth”.
Dopo aver passato alcuni anni come monaco trappista in Siria e come eremita a Nazareth, decide di vivere una testimonianza di preghiera e di amicizia tra le popolazioni povere dell’Algeria. Egli stesso scrive “Sono stato appena ordinato prete per continuare nel Sahara la vita nascosta di Gesù a Nazareth, non per predicare ma per vivere nella solitudine, la povertà, l’umile lavoro di Gesù, sapendo di fare del bene, non con la parola, ma attraverso la preghiera,l’offerta del Santo Sacrificio, la pratica della carità”. Cercava di “irradiare l’Amore di Cristo” attraverso l’amicizia gratuita, “l’apostolato della bontà”.
Fu un uomo di grande silenzio e preghiera, profondamente legato al Mistero eucaristico e nello stesso tempo fu un uomo appassionato dell’umanità, della giustizia, preoccupato che anche ai più poveri e agli schiavi fosse riconosciuta la dignità di figli di Dio.
Seppe fare una grande unità nella sua vita, sempre alla ricerca del volto di Cristo riconosciuto allo stesso tempo e, si può dire, con lo stesso realismo, nel Pane Eucaristico e nel povero che bussa alla porta.
Dice: “Non c’è credo, parola del Vangelo che, come questa, abbia fatto in me un impressione così profonda e trasformato maggiormente la mia vita: tutto ciò che fate a uno di questi piccoli è a me che lo fate. Se si pensa che tali parole sono quelle di colui che ha detto questo è il mio corpo e questo è il mio sangue, con quale forza si è portati a cercare e ad amare Gesù in questi piccoli, in questi poveri”.
La sua casa si chiamava “la fraternità” ed era sempre aperta e ospitale verso tutti soprattutto i poveri e gli schiavi.
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